“Improvvisamente, scopri che quando smetti di creare nemici, non hai più bisogno di armi”
Kakà Werà

 

Un mese in meno di 100 parole?


Da quando sono tornata tantissime persone mi chiedono “Allora, cosa hai fatto in Brasile?”. Non so mai da che parte iniziare, quindi ecco qui sotto un esercizio di sintesi, utile non solo a me, ma anche a chi non ha tempo di leggere la risposta lunga in questo post e nel prossimo.

Partecipo al programma Guerrieri Senz’Armi (GSA) dell’Istituto Elos con 60 persone da tutto il mondo e ho trascorso un mese di immersione a Santos, vicino San Paolo, in Brasile. Con gli abitanti di tre comunità a Santos e São Vicente, abbiamo raccolto e realizzato i sogni collettivi (orti comunitari, parchi giochi, giardini, murales…), usando i 7 passi della filosofia Elos. Certo, abbiamo risistemato spazi pubblici; la realtà è che abbiamo trasformato le relazioni all’interno della comunità.

Come si fa tutto questo? Qui sotto e nel prossimo post racconto la mia esperienza come Guerriera Senz’Armi a Santos e con la filosofia Elos nella comunità di Mexico 70 a São Vicente. Pronte? Pronti? Si va!

 

Dal combattere all’invitare


Per trasformare spazi e relazioni, l’Istituto Elos invita a fare appello ai sogni delle persone, alla visione che queste hanno per il luogo in cui vivono, concentrandosi sulla bellezza e sul potenziale e alimentando l’energia per passare all’azione.

 

Come realizzare i sogni? Un’opzione è combattere per forzare o distruggere il sogno di chi non è d’accordo. Quando lottiamo, facciamo di tutto perché gli altri cambino; così il potere di realizzare un obiettivo è in mani altrui e l’unica cosa che possiamo fare è protestare.

 

Oppure, ed è la proposta di Elos, possiamo incantare le persone con un invito irresistibile a trasformare il mondo insieme a noi, facendo appello all’umano desiderio di creare. Guerrieri e Guerriere senz’armi scelgono di non avere nemici, ma di invitare le persone a costruire insieme la visione del miglior mondo (ben diverso dal “mondo migliore”): quando scegliamo di essere parte di qualcosa, insieme, nonostante i conflitti e le differenze, allora si crea comunità.

 

Nel mese di immersione a Santos, l’idea è sperimentare di persona, in una comunità reale, cosa succede se scegliamo di non combattere, ma invitare, e di guardare al mondo con le lenti dell’abbondanza e della collaborazione. Per me: molte sorprese, molte lezioni imparate e molte, moltissime domande.

GSA2017: “qui non ci sono stranieri, solo amici che ancora non si conoscono”


La sensazione più forte dei primi giorni a Santos è quella di essere accolta come un’ospite speciale. Mi sono sentita subito a casa, una casa multiforme e multicolore, dove si parlano non so quante lingue e dove c’è spazio per storie, culture e progetti meravigliosamente vari, ma accomunati dal desiderio di dare forma a un mondo equo, inclusivo, sostenibile.

Allo stesso tempo ci siamo dovuti confrontare da subito con i privilegi e il rango che queste diversità comportano: il privilegio linguistico di chi sa parlare portoghese (o un inglese fluente); il privilegio legato al colore della pelle, alle diverse possibilità economiche, al paese di origine: Jacob, dal Congo, non ha potuto partecipare perché non è riuscito ad ottenere un passaporto. Mike e Taalent, dallo Zimbabwe, bloccati per giorni in Sudafrica perché provenienti da un paese “sospetto”. È un tema, questo della diversità e del rango, che è emerso in diverse forme durante il GSA e che per me è stato uno dei fili rossi più importanti di questa esperienza.

Insomma, mi sento a casa in un posto e in un’esperienza che mi forzano a non restare in superficie, che mi sfidano in continuazione, ma dove c’è un’atmosfera di cura e calore. Entro facilmente nel ritmo delle giornate al Cefas, il centro che ci ha accolto durante il GSA: la sveglia alle 6.30, le danze circolari, le riunioni attorno al fuoco, le attività in piccoli gruppi per prenderci cura dello spazio che ci ospita e della comunità che si sta formando, i giochi indigeni con Kakà Werà, che ci accompagnano durante tutto il GSA con il ritmo degli elementi terra, acqua, aria, fuoco e nhanderekò.

Il quarto giorno ci dividiamo in tre gruppi, che lavoreranno rispettivamente con le comunità di Largo do Machado e Fontana a Santos, e Mexico70 a São Vicente. Io sono nel gruppo di Mexico70. Qui, guidati da tre facilitatori di comunità, Marta, Paulo e Felipe, sperimenteremo i sette passi della filosofia Elos con l’obiettivo di sostenere la trasformazione della comunità locale.

Innamorarsi di Mexico70: lo sguardo apprezzativo


Il primo giorno a Mexico70 arriviamo al nostro campo base che è l’aula di una scuola e ci prepariamo a uscire e dare un’occhiata alla comunità per la prima volta… ma senza vedere! A coppie esploriamo la Rua do Meio: una persona è bendata, l’altra la guida in silenzio. Ho perso l’orientamento e mi sono lasciata guidare a scoprire piante con le foglie morbide, frutti dalla forma strana e odori dolci, voci di bambini, superfici ruvide e lisce.

 

Nel togliere la benda sono rimasta sorpresa dalla luce limpida che c’è solo nei posti di mare. Sorpresa anche nel vedere una realtà che contrastava dolorosamente con quella che avevo sentito attraverso gli altri sensi. E poi di nuovo abbiamo esplorato l’area dove avremmo lavorato, stavolta ad occhi aperti e con la missione di trovare bellezza, che è là dove le persone dedicano tempo e cura.

 

A Mexico 70 c’erano fiori e piante alle finestre, una bambina con un vestito blu da principessa, case colorate, una porta con delfini intagliati, una donna che pulisce davanti casa, un uomo che prende in braccio un bambino ridendo, la musica per strada, il vento e il profumo del mare, e aquiloni ovunque.

 

Quanta bellezza quando si sa come guardare! E com’è difficile per me accettare il contrasto tra questa bellezza e le palafitte costruite con materiali di fortuna, le strade allagate, il traffico di droga, la gente che pesca nell’acqua inquinata e i falò di spazzatura alla sera.

 

Mi rendo conto che questa attitudine di focalizzarsi sulla bellezza e le opportunità, invece che sui problemi, non è per nulla scontata. Così emergono il potenziale di una comunità, entusiasmo e movimento – mentre partire da “quello che non funziona”, che “dovrebbe cambiare”, “quello che manca” ci porta a bloccarci e sentirci impotenti. Nella visione di Elos lo sguardo apprezzativo non è ingenuo: non è chiudere gli occhi alle miserie e agli orrori del mondo, che appariranno comunque perché fanno parte della realtà (e perché siamo molto allenati a individuarli!). È costruire nuove narrative che si focalizzano sull’abbondanza e sull’empowerment.

 

Per me è importante sottolineare che cercare la bellezza non vuol dire avere i paraocchi. Riconoscere la bellezza e il dolore, accettare che questi opposti convivono in maniera apparentemente inconciliabile, ci permette di trarre da entrambi la forza e la motivazione che sostengono le azioni di cambiamento. Penso per esempio al Lavoro che Riconnette (Work That Reconnects), dove passando attraverso la gratitudine e il dolore per il mondo possiamo guardare con occhi nuovi e passare all’azione. Così potremo forse evitare da un lato un’ingenuità da paese dei balocchi, e dall’altro il senso di impotenza: se va tutto così male, non ha senso provare a cambiare. Un equilibrio sottile, ma che ci porta a uno sguardo più maturo sulla complessità (e l’incomprensibilità) della vita.

 

Altre domande hanno accompagnato i primi giorni di immersione a Mexico 70: che ci facevo io, donna europea ricca e istruita, in una favela di São Vicente, senza nemmeno conoscere la lingua e la cultura del luogo? Davvero ero lì per imparare con le persone, oppure per senso di colpa? O forse per dimostrare a me stessa e agli altri di essere generosa e consapevole, ma in fondo con una idea ben chiara di “cosa si dovrebbe fare”? E poi: come il mio modo di vedere la bellezza è influenzato dalla mia cultura? Come evitare di proiettare i miei pregiudizi o bisogni nello sguardo apprezzativo? Non so se ho trovato una risposta, ma ho intuito che prima di qualsiasi altro passo dovevamo innamorarci di Mexico70. E cosa ci fa innamorare se non la bellezza?

L’affetto: trovare le persone dietro la bellezza


Riconoscere e apprezzare la bellezza che vediamo attorno a noi è un dono per chi se ne prende cura. La genuina curiosità di conoscere le persone e le storie dietro la bellezza è il modo migliore per connettersi con le persone e iniziare a creare relazioni e fiducia. Chi si prende cura di queste piante? Chi suona la chitarra così bene? Chi fa queste decorazioni colorate? Così iniziamo conversazioni che ci portano a scoprire talenti e storie. Il nostro obiettivo è conoscere la comunità, scoprire cosa possiamo fare insieme (non “per”, ma “con”), rafforzando quello che sta già succedendo. Vogliamo creare affetto e relazioni prima della paura e del giudizio, attraverso l’ascolto e una genuina connessione con le persone.

 

E così abbiamo iniziato a girare per Mexico 70, chiacchierando con le persone e bevendo innumerevoli caffé: che onore quando le persone ti aprono la porta di casa e si prendono del tempo per raccontarsi! Abbiamo scoperto talenti incredibili: Dona Ada e Jandira che fanno lavori creativi con rifiuti riciclati, il signor Ataidi che si prende cura degli alberi da frutto nella Quadra da Comporta, Valdineia che cucina benissimo, Walmir che aggiusta tutto e sa pescare, Gustavo che è un ballerino, Cristian che suona la chitarra e custodisce una piccola biblioteca… e poi c’è chi ricama, chi disegna, chi canta, chi sa costruire una casa da zero con materiali recuperati.

 

Per celebrare questa a abbondanza, abbiamo organizzato uno show dei talenti: una serata in piazza in cui i talenti della comunità sono i protagonisti, una festa a suon di musica, gare di ballo e una mostra di oggetti di artigianato.

…lunedì prossimo la seconda parte del racconto 🙂
(edit: continua qui!)